Chernobyl Synopsis 12: "Leonid Toptunov nei ricordi di sua mamma: la storia della sua vita" - Francesca Dani

Chernobyl Synopsis 12: "Leonid Toptunov nei ricordi di sua mamma: la storia della sua vita"

Chernobyl Synopsis 12: "Leonid Toptunov nei ricordi di sua mamma: la storia della sua vita"

[ autore: Francesca Dani ]

Con molta probabilità questo sarà il testo più difficile che scriverò per il mio sito. Da quando ho iniziato le mie ricerche sulla verità dietro la vicenda di Chernobyl ho incontrato varie persone che hanno vissuto quei momenti sulla loro pelle, ma scrivere quello che state per leggere è qualcosa che va al di la di tutto quello che ho vissuto ed ascoltato fino ad ora, anche perché tocca il profondo e il privato di una figura a me molto cara.
Chi mi conosce bene sa quanto io ho a cuore la figura di Leonid Toptunov in tutta questa vicenda. E' probabilmente la persona che più nella mia vita avrei voluto conoscere. Sua mamma, la signora Vera Toptunova, mi ha aperto la porta di casa sua e mi ha permesso di conoscere ancora più a fondo la storia di Leonid, la sua vita, i suoi sogni e i suoi desideri.


Il mio incontro con Vera Toptunova, 33 anni dopo la scomparsa del figlio Leonid Toptunov

La domanda circa lo scopo della vita umana è stata proposta innumerevoli volte in svariati contesti. Non ha ancora trovato una risposta giusta e soddisfacente e forse non la consente nemmeno.

Ma se non ti è concesso conoscere alcune persone, perché queste non esistono più nel piano dove viviamo noi esseri umani, l'unica cosa da fare è quella di cercare le loro memorie tra i ricordi delle persone che le hanno conosciute e di cui portano nel cuore il loro ricordo. Andare a caccia di ricordi non è sempre semplice: la memoria di ogni uomo è la sua storia privata. Ma non esiste separazione definitiva finché esiste il ricordo. Bisogna stare sempre molto attenti a tuffarsi nei ricordi delle persone, sopratutto se  riguardano una storia così complessa e dolorosa: spesso, ci si fa molto male cadendo di cuore, sia a raccontare che ad ascoltare. Entrambe le cose non sono semplici, anzi, sotto alcuni punti di vista è più difficile ascoltare: nel raccontare riesci in piccola parte a toglierti di dosso un pò del peso che porti, se invece sei colui che ascolta ti fai carico di un dolore che non riuscirai a scrollarti dalla schiena in poco tempo. 
Ma cos’è un ricordo? Qualcosa che hai o qualcosa che hai perso per sempre? Io sono ottimista e ho imparato a credere nella prima opzione.
Perché continuare ad amare qualcuno che hai amato è così facile mentre dimenticarlo è veramente difficile.

Fu proprio pochi giorni fa quando il mio corrispondente dall'Ucraina mi comunicò che Vera aveva accettato di incontrarmi. Il mio biglietto aereo comprato mezz'ora dopo prevedeva un soggiorno in Ucraina di sole 32 ore, io che per lavoro viaggio per il mondo, questo è stato il viaggio più breve della mia vita, ma quando vuoi davvero qualcosa devi uscire là fuori e prenderla subito, qualsiasi siano le condizioni.

Mamma Toptunova vive da sola in compagnia di un gatto di 5 chili, in periferia di città, al primo piano di un palazzo, che se lo guardi dal basso verso l'alto somiglia incredibilmente a quelli di Pripyat. Suo marito Fyodor Toptunov è deceduto all'età di 79 anni il 26 Aprile del 2010: una data scomoda per questa famiglia. Vera quel giorno era al cimitero di Mitino a  Mosca, a portare omaggio al figlio durante la ricorrenza della catastrofe di Chernobyl, quando apprende la notizia della dipartita del marito nello stesso giorno.

Suoniamo il campanello di casa e una donna piccola e minuta apre la porta. Me la immaginavo più alta, alla fine suo figlio era alto più di un metro e ottanta. Entrambe sulla porta di casa ci guardiamo per qualche secondo in silenzio, senza dirci niente, io ero in imbarazzo e lei è molto timida, così per rompere il ghiaccio le porgo il mazzo di rose colorate che le avevo comprato in centro città pochi minuti prima e una scatola di cioccolatini.
Mi ringrazia di essere venuta a trovarla e mi fa accomodare nel salone della sua accogliente casa. Sulla parete vicino alla porta c'è appesa una grande foto di Leonid con dei fiori viola che la incorniciano.  Si avvicina ad un scaffale, prende quattro libri vecchi e senza dirmi me li porge: non sono libri ma sono gli album di fotografie di suo figlio, tutta la sua intera vita in quattro enormi raccolte. A parte i ricordi, è tutto quello che le è rimasto di lui.

"Io non ti farò delle domande, non sono qui con una scaletta in mano precisa, anzi, proprio non ce l'ho. Raccontami solo quello che vuoi raccontarmi." - le dico.
Una mia cara amica la sera prima che partissi per questo breve viaggio mi disse: "So bene che piangerai molto, ma non ti vergognare quando ti succederà."  
Non appena ho aperto la prima pagina di uno di quegli album di fotografie non ho potuto fare a meno di farlo e quella è stata la cosa che mi ha avvicinato subito a Vera in modo empatico e senza muri: lei ha capito che non ero un giornalista alla ricerca dello scoop ma volevo solo raccontare alle persone qualcosa di più profondo e si è  quindi lasciata andare a tutto quello che si ricorda.

[Se qualcuno avrà voglia di guardare più in profondità, riuscirà sempre a trovarmi nelle tue parole e nei tuoi ricordi.]

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26.04.1986

In plancia di comando, quella notte, oltre al capo dello shift Alexander Akimov, era presente anche Leonid Toptunov, con una esperienza in quella sala di solo tre mesi: si trovò ad essere il responsabile del regime operazionale del reattore 4, tra cui i movimenti delle 211 barre di sicurezza.
Il test cominciò, e il primo errore si verificò immediatamente, durante l’abbassamento della potenza, quando Toptunov spense quasi l’intero reattore, portandolo ad appena 30MW. A tale bassa potenza interviene un effetto chiamato “xenon poisoning“, ovvero inizia un anomalo assorbimento dei neutroni da parte dello xenon-135, che causa un forte rallentamento nella reazione di fissione. A quanto pare, gli operatori non conoscevano tale fenomeno e, pensando che la riduzione della potenza fosse dovuta ad un malfunzionamento, ritirarono le barre di controllo in una configurazione del tutto irregolare sia in situazione di corretto funzionamento che di emergenza.
Le azioni di Toptunov tuttavia, facevano parte dei comandamenti di un suo superiore contro il quale Leonid protestò in svariati modi per le sua preoccupazione riguardante la sicurezza. Nessuna colpa per l'incidente si trova quindi sulla schiena di Toptunov. Dopo l'esplosione, lui, insieme ad Akimov, andò ad aprire manualmente le valvole che dovevano riempire il reattore con acqua di raffreddamento: ricevette una dose fatale di radiazioni da acqua radioattiva in cui si immerse fino al ginocchio per diverse ore. Morì 18 giorni dopo, all'età di 25 anni.

"Lo sapevi che quello era il suo ultimo turno di lavoro prima delle sue vacanze?" - mi chiede Vera.
Sinceramente non lo sapevo e in quel momento non sono riuscita a farmi uscire dalla bocca nessun suono, Vera capisce che ci sono rimasta molto male, abbassa lo sguardo e aggiunge con un sottile filo di voce: 
"Dopo il turno di quella notte si sarebbe fermato dal lavoro qualche tempo per le sue vacanze."

Pensiamo sempre di essere noi a scegliere il nostro destino e la direzione della nostra vita. Ma forse in realtà non scegliamo proprio niente. Il caso, il destino, le coincidenze, esistono oppure no? Probabilmente tutto è stato già deciso dall’inizio e noi ci illudiamo solo di scegliere.

L'infanzia e gli studi

Mi viene da notare subito che durante tutto il nostro incontro, mamma Toptunova non lo chiama mai Leonid ma bensì "Lenochka" - diminuitivo affettuoso del suo nome. I diminutivi sono usati spesso nei paesi dell est, soprattutto per indicare i figli o bambini. "Lenya", come in molti lo conoscevano, era un soprannome usato solo dai suoi amici più stretti, in famiglia, fino dalla sua infanzia e per tutta la sua vita è stato chiamato con il diminuitivo Lenochka.

Leonid Toptunov nacque il 16 agosto del 1960. Suo padre era un scienziato militare che lavorava al cosmodromo di Baikonur, la più vecchia e utilizzata base di lancio del mondo. Sono molti i voli spaziali entrati nella storia partiti da qui: il primo lancio riuscito di un satellite artificiale il 4 ottobre 1957 (Sputnik 1) e il primo lancio verso lo spazio con a bordo un uomo (Jurij Gagarin nel 1961) sono solo alcuni.

Leonid trascorse la sua infanzia a Baikonur in Kazakistan, dove iniziò ad andare a scuola. Era un ragazzo molto obbediente e riservato, iniziò molto presto a leggere e passava molto tempo sui libri. A Baikonur frequentò le prime 5 classi. Successivamente il padre fu spostato a Tallinn per lavoro, e l'intera famiglia si trasferì in Estonia. Leonid continuò gli studi a Tallinn dalla 6° alla 11° classe. Amava le materie scientifiche, tant'è che i suoi professori di fisica e matematica spesso lo chiamavano accanto a loro in cattedra come assistente durante le lezioni ai suoi compagni di classe: molte volte le lezioni le spiegava proprio lui. 
Passava molto tempo con i suoi compagni di classe, era sempre pronto ad aiutarli nei problemi scolastici, aveva una grande comunicazione con qualsiasi persona entrasse in contatto con lui e tutti lo amavano.

Data la sua grande attitudine per le materie scientifiche, successivamente decise di continuare i suoi studi in fisica ingegneristica. Si trasferì vicino a Mosca e  iniziò il suo percorso di studi presso la filiale di Obninsk dell'Istituto di fisica ingegneristica, il National Research Nuclear University MEPhI. Nel 1983 si è laureato con successo presso l'istituto (in un corso di cinque anni) e per la pratica pre-diploma fu inviato alla centrale nucleare di Chernobyl dove ha sostenuto un periodo di apprendistato di sei mesi come stagista. Durante il suo praticantato fu notato per la sua brillante propensione al lavoro e dopo la sua laurea gli fu proposto un contratto di lavoro definitivo alla centrale nucleare di Chernobyl alla fine dello stesso anno. Come quasi sempre succede nel mondo del lavoro iniziò partendo dal basso con mansioni di basso livello per il quale era sovraqualificato rispetto alla laurea che portava in tasca. Successivamente dopo due anni, nel gennaio del 1986, prese il posto definitivo come ingegnere senior del controllo del reattore numero 4.

La sua vita a Pripyat

Per i primi tempi, durante il suo praticantato di lavoro alla centrale nucleare di Chernobyl ha vissuto in un ostello, ma tutti coloro che lavoravano alla centrale nucleare, con il tempo, e con il contratto di lavoro definitivo, avevano diritto ad un appartamento a spese dello stato: gli alloggi non erano acquistati dagli inquilini e neanche in affitto. Ogni appartamento veniva concesso in conformità con le regole di residenza nell'Unione Sovietica. La norma era di 7 metri quadrati a persona. A Leonid venne concesso quindi un appartamento non appena ebbe il suo contratto definitivo: era un bilocale di circa 25 mq, con un piccolo salotto, un bagno e una cucina. Non aveva una camera ma dormiva in un divano letto nel salotto, insomma, la classica vita del ragazzo giovane che lavorava lontano da casa.
Aveva molti amici a Pripyat, alcuni dei quali erano anche suoi colleghi sul posto di lavoro, uno dei quali era proprio Alexander Akimov con cui divideva alcune passioni, una delle quali la pesca. La sua vita fuori dagli orari di lavoro (che comunque non lasciavano moltissimo tempo alla vita privata) si svolgeva come quella di un comune ragazzo di 25 anni: amava la vita notturna della città e le uscite fuori porta nel weekend.

Una domanda però la dovevo fare: ho chiesto a Vera se era fidanzato. Lei accenna un sorriso imbarazzato, un pò tipico di tutte le mamme quando gli viene posta questa domanda riguardo ai figli, e mi dice che non ha mai saputo niente di preciso  da suo figlio, non le parlava di queste cose. Le dico che a parer mio era bellissimo e che di sicuro aveva la fidanzata, lei mi prende la mano, sorride e mi ringrazia. Il mio collaboratore mi accenna sottovoce: "Lo sai vero che aveva un bel pò di donne ai suoi piedi, no?" gli rispondo che si, lo sapevo, anche perché in precedenza avevo già parlato con un suo caro amico dei tempi e mi aveva fatto capire che ovunque passava lasciava il segno nei cuori delle ragazze.

Vera non si ricorda moltissimo della vita di Leonid a Pripyat: era un figlio che viveva lontano dalla famiglia, le comunicazioni ai tempi erano scarse ed era abbastanza difficile tenersi aggiornati sull'andamento della propria vita gli uni con gli altri. Ma anche il dolore del ricordo di quel periodo ha voluto in qualche modo "cancellare" una parte di quella sua memoria inerente al periodo in cui ha vissuto lontano da lei. 
Vera fisicamente è stata solo una volta a trovarlo in quella città (ma con il cuore sono sicura che ci torna tutti i giorni): quando ha avuto diritto al suo appartamento personale e lei lo ha aiutato nel trasloco comprandogli mobili e arredamento per la sua nuova casa. A 25 anni aveva già una casa tutta sua, viveva in una delle città più all'avanguardia del tempo e aveva un bello stipendio sostanzioso: tutto quello che un venticinquenne avrebbe voluto avere.

E' successo anche a me e so bene cosa si prova: quando sei giovane e stacchi definitivamente dalla tua famiglia, vai a vivere in una casa tutta tua, in una grande città all'avanguardia su tutto, ti convinci che lì sarà tutto più facile e gestibile, quasi come se la tua vita fosse ricominciata da capo, all'improvviso, e nel modo migliore possibile. Si arriva a credere che in un posto cosí non possa morire nessuno.

Gli ultimi giorni a Mosca

Vera e suo marito Fyodor si erano presi del tempo libero dal lavoro ed erano in un periodo di completo relax nella loro dacha nella campagna circostante Tallin. Era fine Aprile e stavano trascorrendo le loro vacanze lontani dal caos cittadino. In quegli anni le informazioni non correvano veloci, in particolar modo gli avvenimenti di cui tutti ormai sappiamo, sono stati fatti correre ancora meno velocemente. Ma a volte capita che qualche informazione esca dal recinto: la prima notizia sulla televisione statale arrivò dopo due giorni, il 28 aprile, e durò solo 14 secondi.

Uno dei vicini di casa bussa alla porta di casa Toptunov: "Avete sentito cosa è successo alla centrale nucleare dove lavora vostro figlio?"
Vera e Fyodor si informano come possono e trovano riscontri della notizia, tornano quindi alla loro casa a Tallinn cercando di riuscire a capire meglio la situazione. Il 29 aprile a casa loro arriva un telegramma: 

"Mamma, sono all'ospedale. Mi sento bene. Il mio indirizzo è: Mosca 98 23 Marshal Novikov street, 6th Clinical Hospital - Lenya"

Vera e suo marito prendono il primo volo disponibile per Mosca. Arrivano con urgenza all'Ospedale n°6 indicato nel telegramma e lì trovano Leonid.
Da adesso in poi è molto difficile stare ad ascoltarla perché andare a caccia di ricordi tra le persone che hanno vissuto questa tragedia è un iter psicologicamente pesante per entrambi, sia per chi racconta sia per chi ascolta. Se però riesci a creare un legame profondo e senza barriere, tra narratore e ascoltatore, allora riuscirete a sorreggervi l'un l'altro nei momenti in cui arrancherete sulla salita.

A Vera e Fyodor fu permesso di rimanere accanto al figlio negli ultimi giorni della sua vita, ma non era possibile loro rimanere nel "box" (come lei lo chiama, la stanza di isolamento dove era alloggiato) tutto il giorno ma soltanto la notte.
Vera fu donatrice di midollo osseo ma Leonid ebbe il rigetto lo stesso giorno dopo il trapianto.

Mi parla di un episodio che le è rimasto particolarmente scolpito nella memoria: negli ultimi giorni della sua vita aveva il viso ricoperto di ferite aperte a causa delle escoriazioni dovute all'esposizione a radiazioni acute e i capelli che gli cadevano entravano a contatto con queste provocandogli molto dolore. Vera decise di chiamare una persona per tagliargli i capelli in modo da evitare questo problema, lui contrariato le disse: "Mamma sto morendo, non ha senso che spendi soldi per queste cose. Poi basta che fai così, li prendi in mano e tiri un pò, vengono via da soli. Non ha più senso la cosa che vuoi farmi fare."

Morì tre giorni dopo, il 14 maggio 1986.
Il giorno stabilito per la sua sepoltura, l'unico convoglio in trasporto sarebbe stato il suo: nel camion adibito al trasporto delle salme decedute in quei giorni nello stabilimento dell'ospedale c'era solo la sua bara che era già stata chiusa e sigillata nell'edificio del sanatorio. 
A suo padre e sua madre fu concesso di "accompagnarlo" fino alla vettura che lo avrebbe trasportato al cimitero, un grosso camion nel quale c'era solo lui. Quando le operazioni di carico della bara furono concluse, gli addetti alla sigillatura della bara iniziarono a operare per chiudere definitivamente il corpo al suo interno. Ma Fyodor non accettava questa cosa poiché avrebbe voluto vederlo nuovamente prima della sepoltura: quelli sarebbero stati gli ultimi minuti che entrambi lo avrebbero potuto vedere. Si impose quindi di tenerla aperta durante tutto il tragitto che separava l'ospedale dal cimitero. Il personale dell'ospedale si oppose più volte e iniziò tra l'uomo e loro una accesa discussione che durò parecchio, Fyodor urlò contro di loro che se non avessero fatto quello che gli aveva chiesto si sarebbe sdraiato sotto il camion e gli sarebbero dovuti passare sopra uccidendolo. Fu con queste parole che il personale in carica per il trasporto decise di tenere aperta la bara di Leonid.
La sua sepoltura fu l'unica di quel giorno nel cimitero di Mitino alla periferia di Mosca.

Quando una persona muore non è vero che viene scritto l'ultimo capitolo del suo libro e che poi questo verrà chiuso per sempre.  Solitamente ci vogliono anni, forse decenni, forse anche di più, ma spesso capita che quell'intero libro venga prima o poi tradotto in una lingua migliore.

Il trasferimento della salma

È nella vera separazione che si sente e si capisce la forza con cui si ama davvero.

Vera e Fyodor hanno continuato a vivere a Tallinn fino al 5 Ottobre del 1993, quando hanno deciso di trasferirsi nei pressi di Kiev e di comprare una casa nella periferia della città. Il motivo del loro trasferimento è incredibilmente difficile da raccontare. In quegli anni c'era in progetto di trasferire e dare una nuova sepoltura nella zona di Kiev a tutte le salme degli "eroi di Chernobyl" sepolti nel cimitero di Mitino a Mosca. Fu questo il motivo del trasferimento dei genitori di Leonid a Kiev: l'amore infinito, la voglia e il coraggio di stare vicini alla salma del figlio. Ma con il collasso dell'URSS questo progetto di trasferimento non è più andato a buon fine: le salme degli eroi di Chernobyl sono rimasti a Mosca, dove attualmente ancora sono sepolti, ma mamma e papà Toptunov avevano ormai comprato casa nella nuova città e lì sono rimasti.

Io credo che la degna sepoltura di chi non c'è più è nel cuore dei vivi. Alla fine, se ci pensi bene, nessuna persona è lontana: se desiderate essere accanto a qualcuno che amate così tanto forse ci siete già.

Decreto 1156/2008 del 12/12/2008

Due anni e mezzo dopo la scomparsa del figlio, Vera e suo marito ricevono questa lettera dal segretario del Comitato del Partito:

"Cari Vera Sergeyevna e Fedor Danilovich, 
Prima di tutto, permettetemi di esprimere le mie più sentite condoglianze in relazione al dolore che vi ha colpiti. I tragici eventi nella centrale nucleare di Chernobyl hanno spezzato la vita di vostro figlio e del nostro compagno. Vostro figlio si è comportato con dignità nella situazione  complicata che si era creata dopo l'incidente alla stazione, ha mostrato fermezza di spirito e coraggio, adempiendo al suo dovere di localizzare l'incidente nella centrale nucleare di Chernobyl. Per quanto riguarda la domanda che avete sollevato, vi informo che nel periodo pre-emergenza, Leonid Fedorovich Toptunov ha commesso una serie di violazioni delle istruzioni durante il controllo del reattore dell'Unità 4, che non gli ha permesso di ricevere un premio governativo.
Saluti - Segretario del Comitato di Partito E. Borodavko"

Per molti anni attorno alla figura di Leonid Toptunov ha gravitato il fantasma di "responsabile" degli interi avvenimenti del 26 aprile 1986, sua madre ha speso una vita intera a cercare di riabilitare la figura del figlio nell'opinione comune.
Tuttavia, 22 anni dopo l'incidente, per aver mostrato coraggio personale nelle prime ore dopo l'incidente nella quarta unità della centrale nucleare di Chernobyl, con il decreto del presidente dell'Ucraina 1156/2008 del 12/12/2008, a Toptunov Leonid Fedorovich fu assegnato postumo l' "Ordine Per il Coraggio" di 3° grado, con relativa medaglia durante la cerimonia di assegnazione.

Il coraggio non è l’assenza di paura, ma piuttosto è la lucidità e l'immediato giudizio personale che c’è qualcos’altro di più importante al di là di quel muro. Il coraggio morale, di agire immediatamente per le proprie convinzioni, il coraggio di vedere attraverso le cose e di abbattere il muro della paura nel più breve tempo possibile. Tutto il mondo, da sempre, è in costante cospirazione contro i più coraggiosi.

Il mio appello

Da ricercatrice sulla vita di questa figura, avevo un sogno che avrei voluto tanto realizzare: riuscire a tenere in mano almeno per qualche minuto la sua medaglia postuma di cui vi ho parlato poco sopra. Ho espresso quindi il mio desiderio a Vera se mi potesse concedere almeno di vederla. Alla mia richiesta è seguito un attimo di silenzio e le sue parole sono state un pugno diretto nel mio stomaco: "Non ce l'ho più, qualcuno l'ha portata via".
In tutti questi anni a casa Toptunov si sono avvicinate tante persone e qualcuna di loro ha portato via la medaglia di Leonid da quella casa dove sarebbe dovuta rimanere.

Vera è una donna molto altruista e generosa. Per molte volte durante il nostro colloquio mi ripeteva che mi avrebbe voluto regalare dei documenti originali del figlio ma io ho preferito rifiutare, non tanto perché non li volevo ma perché è giusto che quel poco che rimane di Leonid sia per sempre proprietà di sua mamma. Mi piacerebbe quindi che anche la medaglia al suo coraggio torni in casa Toptunov. Alla fine è un piccolo pezzo di ferro di pochissimo valore materiale, ma il valore intrinseco e affettivo va al di la di tutti i limiti immaginabili. Togliendo da casa di sua mamma questo oggetto non solo è stato portato via un ricordo prezioso ma è stata colpita ancora una volta la figura di Leonid. 

Non so quanto questo articolo che sto scrivendo potrà diffondersi in rete ma faccio un appello alla sensibilità di questa persona: la mamma di Leonid ha lottato per ben 22 anni per riabilitare suo figlio nell'opinione comune, prego e spero che in qualche modo si possa trovare il modo di restituire alla legittima proprietaria questo ricordo di valore affettivo immenso.

Il buonsenso è la capacità di vedere le cose come sono veramente nel profondo, e agire di conseguenza evitando la strada dell'errore.

Le mie parole in sua difesa

Quello che segue è il mio punto di vista su come è stata trattata negli anni successivi al disastro di Chernobyl la figura di Leonid Toptunov.

Ingiustamente condannato, calunniato professionalmente presso un astuto tribunale, sulle sue ossa alcune persone costruirono la loro vergognosa difesa. Assieme ad Alexander Akimov fu il primo ad iniziare ad operare sulla localizzazione dell'incidente e a ricevere dosi letali di radiazioni. Morì a Mosca, diciotto giorni dopo l'incidente, tormentato sul letto di ospedale da un susseguirsi di investigatori di vari gradi, che nonostante le sue condizioni fisiche lo hanno interrogato fino agli ultimi giorni. Sulla sua schiena e su quella di Akimov fu posta la principale colpa dell'esplosione del reattore.

Entrambi ricevettero ordini difficili ma sopratutto obbligatori da seguire, che come per magia, improvvisamente si trasformarono in azioni illegali "non autorizzate". 

Leonid ha premuto il pulsante di protezione di emergenza (AZ-5) del reattore su comando del supervisore Alexander Akimov dopo aver completato con successo il programma di test di velocità di decelerazione del gruppo turbina-alternatore. Ciò è stato dimostrato dalla successiva decodifica del nastro del sistema di registrazione diagnostica (DREG) dei parametri principali del blocco n°4.

Quindi su quali basi è stato registrato come criminale? Sia lui che Akimov sono morti senza conoscere le vere cause dell'incidente. Non avrebbe potuto immaginare che il normale spegnimento del reattore con il pulsante AZ-5 avrebbe avuto un'influenza decisiva sulla manifestazione di difetti nascosti nella progettazione del sistema di controllo e protezione del reattore, nonché errori nelle caratteristiche fisiche del reattore non prese in considerazione durante la sua progettazione.

Con mio disgusto personale, nei miei anni di ricerche, ho letto persone scrivere di lui etichettandolo come uno "sterminatore di massa" e "assassino". In tempi di menzogna universale, dire la verità non è una cosa semplice, anzi è molto difficile. Quando dici una menzogna, rubi il diritto di qualcuno alla sua verità, soprattutto se quel qualcuno non può difendersi più. Non bisogna credere a qualcosa solo perché fa comodo, credere ad una teoria non la rende vera. La verità in tanti casi è un qualcosa di molto scomodo che non tutti sono disposti ad accettare, ma prima o poi tutti dovremo farci i conti.
E chiunque desidera fortemente tirare fuori la verità dalla cortina dell'oblio è sempre spaventosamente forte.

Un augurio

Prima di andare via, Vera mi ha offerto una tazza di caffè e dei cioccolatini, attorno al tavolo della sua cucina abbiamo parlato di cose più semplici e meno impegnative dal punto di vista emotivo: ha voluto sapere tante cose di me e io le ho chiesto se avesse mai visto quella nuova serie tv su Chernobyl. Mi dice che ha saputo che esiste questo show televisivo, alcune persone vicine a lei l'hanno informata, ma non l'ha mai visto. 

Il mio tempo a casa Toptunov è finito ed è giunta l'ora per me di cominciare a rilasciare il fiato sospeso e raccogliere tutto il resto di me sparsa sul pavimento. C'è caos e disordine ordinato nel mio cuore. Il tempo, la proibizione, le cose mai sapute: ogni volta che parlo con qualcuno che ha vissuto la tragedia di Chernobyl sulla propria pelle è semplicemente un' opportunità per diventare più consapevole su tante cose e ricalibrare ancora una volta la mia bussola interiore.

Vera mi accompagna sulla strada per l'appuntamento con il mio taxi e mentre aspettiamo mi porta a vedere il suo giardino, un piccolo gioiello verde e ben curato nel ventre di cemento di una caotica città incasinata. Era una mamma premurosa, si vede dalla cura che mette nel fare anche le piccole cose.
Prima di salutarci mi ha fatto una domanda molto mirata, mi ha chiesto se ero sposata, e io le ho detto di no.
"Ti auguro di avere tre bambini. Non fare come me che ne ho fatto solo uno" - è stato il suo augurio per il mio futuro.

Per noi esseri umani la parte difficile non è dimenticare il passato, ma è dimenticare il futuro che avevi immaginato per te ma sopratutto per i tuoi figli. 
Ma le persone muoiono solo quando vengono dimenticate. 

[©Francesca Dani - immagini e testo: data la natura sensibile dell'argomento trattato è vietata la riproduzione e/o alterazione, anche parziale, senza consenso] 
Per informazioni: info@francescadani.com

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