Perché ho fatto un viaggio in Transnistria
Ci sono viaggi che nascono per caso e altri che rimangono nel cassetto per anni. Il mio viaggio in Transnistria apparteneva decisamente alla seconda categoria. Non perché fosse difficile da raggiungere. Più semplicemente, per parecchio tempo il mio conto corrente aveva deciso che esistevano priorità leggermente più urgenti. Tipo pagare le tasse e le bollette.
Eppure era uno di quei posti a cui continuavo a pensare.
Sapevo già bene che cosa fosse la Transnistria. Non ci sono arrivata dopo aver visto un reel intitolato “5 posti segreti che devi visitare prima che diventino famosi” o perché qualcuno l’aveva definita “la Corea del Nord d’Europa”, paragone tanto inflazionato quanto poco utile e sbagliato.
Mi attirava per un motivo molto più semplice.
C’è chi organizza i viaggi cercando le spiagge più belle. Io parto appena sento parlare di confini complicati, centrali nucleari o gigantesche colate di cemento.
Era inevitabile che prima o poi finissi in un viaggio in Transnistria.
Così alla fine ho smesso di rimandare. Ho trovato un volo low cost, preparato lo zaino e sono volata a Chișinău, la capitale della Moldavia, dove, invece di inaugurare il viaggio con locali alla moda o aperitivi in centro, ho preferito andare a fotografare edifici brutalisti brutti.
La mattina seguente ho attraversato il confine verso quella sottile striscia di terra incastrata tra Moldavia e Ucraina che da oltre trent’anni vive in un limbo politico tutto suo.
Per molti è un’anomalia geopolitica. Per me era semplicemente il genere di posto che mi convince a comprare un biglietto aereo molto più velocemente di qualsiasi spiaggia tropicale. In fondo, ho smesso da tempo di inseguire le destinazioni perfette. Preferisco di gran lunga quei luoghi che, invece di regalarti risposte, hanno la fastidiosa abitudine di farti tornare a casa con qualche domanda in più.
Cos’è la Transnistria?
La risposta breve sarebbe: dipende a chi lo chiedi.
La risposta lunga è che la Transnistria è uno di quei rarissimi luoghi in cui geografia e politica hanno deciso di litigare e, dopo più di trent’anni, nessuna delle due sembra intenzionata a fare il primo passo.
Dal punto di vista geografico è una sottile striscia di terra lunga circa 400 chilometri, incastrata tra la Moldavia e l’Ucraina e sviluppata principalmente lungo la sponda orientale del fiume Nistro.
Tra l’altro, Transnistria non è nemmeno il nome con cui questo territorio definisce ufficialmente se stesso. Le autorità locali utilizzano Repubblica Moldava Pridnestroviana (Pridnestrovian Moldavian Republic, PMR), dal termine Pridnestrovie, che indica la regione “presso il Nistro”.
Transnistria, invece, significa sostanzialmente “oltre il Nistro”. Anche il nome, insomma, cambia a seconda del lato del fiume da cui si decide di guardare la storia.
Uno Stato per alcuni, Moldavia per quasi tutti gli altri
Dal punto di vista politico la faccenda si complica. E parecchio.
Nel 1990, mentre l’Unione Sovietica si avviava verso il collasso, il territorio proclamò la propria separazione dalla Repubblica Socialista Sovietica Moldava. Due anni più tardi le tensioni sfociarono in un breve ma sanguinoso conflitto armato tra le forze moldave e quelle transnistriane.
La guerra terminò nel luglio del 1992 con un cessate il fuoco. Il problema, invece, decise di rimanere.
Da allora la Transnistria continua a comportarsi esattamente come farebbe uno Stato: ha un presidente, un governo, un parlamento, una bandiera, una propria moneta, forze armate, targhe automobilistiche e posti di frontiera.
C’è soltanto un piccolo dettaglio: per la comunità internazionale il territorio continua a essere parte della Moldavia.
Sulla carta sembra un rompicapo geopolitico. Una volta arrivati sul posto, invece, la cosa sorprendente è quanto tutto appaia normale.
Le persone vanno al lavoro, fanno la spesa, prendono un caffè e accompagnano i figli a scuola. Tutto questo accade mentre, fuori da quei confini, politici, storici e osservatori internazionali continuano a discutere su come definire il territorio in cui vivono.
Probabilmente è proprio questo il motivo per cui la Transnistria mi incuriosiva così tanto. Non perché sia “misteriosa”, come amano raccontare certi articoli acchiappa-click, ma perché dimostra quanto la realtà riesca a essere più complicata delle etichette che inventiamo per cercare di metterla in ordine.
Viaggio in Transnistria: come arrivare
La buona notizia è che arrivare in Transnistria è molto più semplice di quanto si possa immaginare.
Quella meno buona è che, quando raccontate agli amici che state andando in uno Stato non riconosciuto, passerete più tempo a rispondere alle loro domande che a organizzare il vostro viaggio in Transnistria.
Tutto è iniziato con un volo low cost in partenza da Milano Malpensa e diretto a Chișinău, la capitale della Moldavia. Una tratta breve, economica e decisamente meno complicata di quanto immaginassi quando, due anni prima, avevo iniziato a fantasticare su questo viaggio.
Atterrata a Chișinău ho preso un taxi locale per raggiungere l’hotel. Anche qui un’altra piacevole sorpresa: il costo della corsa è stato talmente contenuto che, a un certo punto, ho smesso perfino di convertire il prezzo in euro. Semplicemente non ce n’era bisogno.
La prima serata l’ho dedicata a fotografare gli edifici brutalisti della capitale moldava. Del resto, se c’è un modo per capire che tipo di vacanza sto facendo, è osservare le fotografie che scatto appena atterro.
Verso un confine che, ufficialmente, non dovrebbe esistere
La mattina successiva è arrivato il momento che aspettavo da due anni.
Insieme a una guida locale sono partita in direzione della Transnistria. Ho preferito affidarmi a chi conosce bene il territorio, così da potermi concentrare sulle fotografie, sulla storia e su tutto quello che avevo intorno, senza dover pensare alla logistica o alle pratiche di frontiera.
Il viaggio da Chișinău dura circa un’ora. Le campagne scorrono tranquille, i villaggi si susseguono senza nulla che faccia pensare a un confine particolare. Poi, all’improvviso, compare una sbarra, qualche militare e un posto di controllo.
È in quel momento che realizzi una cosa piuttosto curiosa: stai attraversando un confine che, per buona parte della comunità internazionale, non dovrebbe nemmeno esistere.
Nel mio caso il controllo alla frontiera è stato rapido e senza alcun problema. Viaggiando con una guida locale, però, non ho dovuto occuparmi personalmente delle procedure d’ingresso, quindi preferisco non indicare qui un elenco di documenti necessari che potrebbe variare in base alla nazionalità del viaggiatore o alle disposizioni del momento.
Al controllo ho naturalmente presentato il passaporto e, una volta completate le formalità, mi è stato rilasciato un permesso temporaneo sul quale era indicata la durata della mia permanenza. Nel mio caso si trattava di circa otto ore, sufficienti per visitare Tiraspol e Bender.
Alla fine, la parte più complicata del viaggio in Transnistria non è stata attraversare il confine.
È stata convincere amici e parenti che non stavo andando in missione diplomatica, ma semplicemente in vacanza.
Cosa vedere in un viaggio in Transnistria
Se state cercando la classica lista delle dieci attrazioni imperdibili in un viaggio in Transnistria, probabilmente questo non è l’articolo giusto.
La Transnistria non si visita con la stessa mentalità con cui si gira una capitale europea. Qui non si viene per spuntare monumenti da una lista, ma per osservare un luogo che continua a raccontare la propria storia attraverso dettagli che altrove sono scomparsi da decenni.
Le cose da vedere non sono molte. Le cose da osservare, invece, sono ovunque.
Le principali attrazioni della Transnistria si visitano anche in una sola giornata. Ma sarebbe un peccato limitarsi a spuntare una lista. La parte più interessante comincia proprio quando si smette di cercare monumenti e si inizia a osservare tutto il resto.
Tiraspol, prima tappa del mio viaggio in Transnistria
La prima tappa del mio viaggio è stata Tiraspol, capitale della Transnistria.
La cosa che colpisce fin dai primi minuti è che questa città non sembra avere alcuna intenzione di prendere le distanze dal proprio passato. Mentre in molte città dell’Europa orientale statue e simboli dell’epoca sovietica sono stati rimossi o relegati nei musei, qui continuano tranquillamente a far parte del paesaggio urbano.
Davanti alla Casa dei Soviet, costruita negli anni Cinquanta e oggi sede dell’amministrazione cittadina, Lenin continua a osservare la piazza con la stessa espressione impassibile di sempre. Ma è solo l’inizio.
Passeggiando per Tiraspol mi sono imbattuta in altri busti e teste di Lenin, stelle rosse e simboli dell’Unione Sovietica. Poi è comparso anche Jurij Gagarin, il primo uomo nello spazio, al quale la città ha dedicato monumenti e un grande murale.
La sensazione è quasi surreale. Non perché tutto questo sembri finto, ma per l’esatto contrario.
Questi simboli non sono stati raccolti e confinati dentro un museo per raccontare un mondo che non esiste più. Sono ancora lì, mescolati alla città contemporanea, tra edifici governativi, piazze e viali alberati. La gente passa accanto a Lenin per andare al lavoro, fare la spesa o incontrare gli amici, senza che la cosa sembri avere nulla di straordinario.
Più che un museo a cielo aperto, Tiraspol mi è sembrata una città che non ha mai sentito il bisogno di prendere le distanze dalla propria storia. La conserva, la mostra e continua a conviverci con una naturalezza che, vista da occidentale, è probabilmente l’aspetto che mi ha colpito più di ogni altro.
Il Memoriale della Gloria
A Tiraspol si trova uno dei luoghi più significativi della città: il Memoriale della Gloria.
Inaugurato nel 1972, il complesso nacque per commemorare i caduti della Seconda guerra mondiale e venne successivamente ampliato. Oggi conserva anche la memoria dei soldati della guerra sovietica in Afghanistan e delle vittime del conflitto del 1992 tra Moldavia e Transnistria. Al centro si trova la Tomba del Milite Ignoto con la fiamma eterna, mentre poco distante è esposto anche un carro armato T-34.
Quello che non mi aspettavo affatto, però, era trovare anche un monumento dedicato ai liquidatori dell’incidente di Chernobyl, inaugurato nel 2019. E qui la visita ha improvvisamente preso una piega molto più personale.
Dalla Transnistria furono 1.837 le persone coinvolte nelle operazioni legate alle conseguenze del disastro nucleare del 1986. Un numero che non conoscevo e che rende quel monumento molto meno marginale di quanto potrebbe sembrare a prima vista.
Trovarmelo davanti, a Tiraspol, mi ha colpita più di quanto immaginassi. Del resto, chi mi segue sa quanto Chernobyl abbia segnato il mio percorso di esploratrice.
È stato uno di quei momenti in cui due storie che pensavo di aver lasciato a più di mille chilometri di distanza hanno deciso improvvisamente di incrociarsi.
Evidentemente da Chernobyl riesco ad allontanarmi geograficamente. Un po’ meno dal resto.
Ekaterininsky Park
Dopo aver camminato tra statue di Lenin, memoriali e palazzi governativi, ammetto che non mi aspettavo di trovare un luogo così tranquillo a Tiraspol.
L’Ekaterininsky Park è un grande parco cittadino la cui realizzazione iniziò nel 2018. Fu inaugurato il 1° settembre 2020 e dedicato a Caterina II di Russia, sotto il cui regno ebbe origine Tiraspol alla fine del XVIII secolo.
Oggi è uno dei principali spazi verdi della città. Qui gli abitanti vengono semplicemente a fare quello che si fa in qualsiasi altro parco: passeggiare, chiacchierare, sedersi su una panchina o prendere un gelato.
Al centro c’è anche un laghetto popolato da eleganti cigni. Un dettaglio che aggiunge un tocco quasi surreale a un viaggio iniziato parlando di geopolitica, confini e simboli dell’ex URSS.
È uno di quei posti che ricordano una cosa fin troppo ovvia, ma che spesso dimentichiamo: prima delle dispute internazionali, delle bandiere e della politica, esiste la normalità.
E la normalità, fortunatamente, continua a fregarsene delle mappe.
Il mercato verde di Tiraspol (Green Market)
Se volete capire davvero una città, ogni tanto vale la pena allontanarsi dai monumenti e fare un giro al mercato.
A Tiraspol il Mercato Verde (Zelënyj rynok) è uno di quei posti dove la quotidianità prende temporaneamente il posto della geopolitica.
Tra i banchi si trovano frutta e verdura, prodotti locali, spezie, fagioli e conserve fatte in casa. Intorno, venditori e clienti chiacchierano e fanno la spesa con una normalità che contrasta parecchio con tutto quello che si racconta della Transnistria fuori dai suoi confini.
Per qualche minuto ci si dimentica di essere in uno dei territori più discussi d’Europa. Rimane semplicemente la sensazione di trovarsi in un mercato dell’Europa orientale, dove la vita scorre esattamente come in qualsiasi altra città.
Ed è forse proprio questo il dettaglio che mi ha colpito di più: mentre il resto del mondo continua a discutere su come definire la Transnistria, qualcuno sta semplicemente scegliendo i pomodori migliori per la cena.
La Fortezza di Bender
La Fortezza di Bender è uno di quei posti che mettono subito in chiaro una cosa: gli esseri umani cambiano idea molto più in fretta delle mura che costruiscono.
Per visitarla è necessario acquistare un biglietto d’ingresso. Il costo è decisamente contenuto e la fortezza merita senza dubbio una visita.
La sua storia è più complessa di quanto sembri. Sul luogo esistevano fortificazioni precedenti, ma fu dopo la conquista ottomana di Tighina, nel 1538, che iniziò la costruzione e trasformazione della grande fortezza in pietra. Nei secoli successivi il complesso venne ulteriormente ampliato e modificato.
Da allora queste mura hanno visto passare guerre, assedi, eserciti e cambi di potere. Quando la fortezza assunse la forma che conosciamo oggi, la Transnistria non esisteva nemmeno come concetto. Nel frattempo sono cambiati imperi, bandiere, confini e ideologie. Lei, invece, è rimasta esattamente dov’era.
Passeggiando tra bastioni, mura e torri si ha la sensazione di trovarsi in un luogo che non ha alcun interesse a compiacere il turismo. Non è una scenografia costruita per riempire i social. Continua semplicemente a portarsi addosso i segni della propria storia, senza preoccuparsi di renderli più fotogenici.
Mentre camminavo lungo le mura mi è venuto da pensare a quante persone abbiano combattuto per decidere a chi appartenesse questo posto.
La cosa più antica di questa fortezza, alla fine, potrebbe non essere nemmeno una delle sue mura. È l’abitudine dell’uomo a litigare per decidere dove finisce un confine.
Pranzare sotto lo sguardo di Lenin
Dopo aver passato ore tra monumenti sovietici, fortezze e statue di Lenin, era quasi inevitabile che anche il pranzo continuasse il viaggio nella storia.
La cucina che si incontra in Transnistria riflette le diverse tradizioni presenti in questa parte d’Europa. Influenze moldave, russe e ucraine finiscono nello stesso menù, rendendo difficile parlare di una cucina transnistriana completamente distinta dalle altre.
A Tiraspol non è difficile imbattersi anche in ristoranti che giocano apertamente con l’estetica e la nostalgia sovietica. Io ho pranzato in uno di questi locali, dove Lenin sembrava aver trovato una seconda carriera. Era sui manifesti, sul menù, sulle pareti e perfino sopra al frigorifero. Evidentemente, da queste parti, la pensione non è ancora arrivata nemmeno per lui.
Io ho scelto un borsch, la celebre zuppa di barbabietola diffusa in diversi Paesi dell’Europa orientale e particolarmente legata alla tradizione culinaria ucraina. Nel menù non mancavano carne, patate, sottaceti e altri piatti decisamente sostanziosi.
È una cucina che non sembra particolarmente interessata a stupire con impiattamenti creativi o ingredienti esotici. Fa esattamente quello che dovrebbe fare: sfamare. E possibilmente farlo bene.
In fondo, mi è sembrata perfettamente coerente con quello che avevo visto durante la giornata. A Tiraspol i richiami al passato sovietico non finiscono necessariamente davanti a un monumento: possono seguirti dentro un ristorante e arrivare tranquillamente fino al frigorifero.
Mentre buona parte del mondo rincorre continuamente la prossima novità, io stavo mangiando un borsch sotto lo sguardo di Lenin.
A quel punto mancava soltanto che mi chiedesse se avevo gradito.
Viaggio in Transnistria: quello che le mappe non raccontano
Quando sono rientrata a Chișinău, quella sera, mi sono resa conto che la Transnistria mi aveva lasciato molto più di qualche fotografia.
Mi aveva ricordato una cosa che tendiamo spesso a dimenticare: possiamo mettere tutte le etichette che vogliamo sulle mappe, ma la realtà difficilmente si lascia mettere in ordine.
Possiamo parlare di Stato de facto, territorio separatista, repubblica autoproclamata o anomalia geopolitica. Sono definizioni che aiutano a capire dove siamo finiti, ma nessuna riesce davvero a raccontare cosa significhi trovarsi lì.
Perché, al di là delle mappe e della politica internazionale, ci sono persone che ogni mattina aprono i negozi, vanno al lavoro, accompagnano i figli a scuola e continuano semplicemente la propria vita. Mentre fuori qualcuno discute ancora su quale sia il modo corretto di definire il posto in cui vivono.
È forse questo ciò che mi porto a casa dal mio viaggio in Transnistria. Le mappe servono a capire dove siamo. Molto meno a capire cosa stiamo guardando.
Ed è probabilmente per questo che continuerò a cercare posti così.
I luoghi facili da spiegare hanno un grosso difetto: di solito qualcun altro li ha già spiegati abbastanza.



