Capelli di Elena di Chernobyl: cosa sono e perché si chiamano così
Tra tutti i soprannomi nati dopo l’incidente di Chernobyl, “Capelli di Elena” è probabilmente uno dei più curiosi.
Chi lo sente per la prima volta immagina quasi sempre che si riferisca a una persona. In realtà Elena non è mai esistita.
Con questo nome vengono indicati i canali del combustibile del reattore numero 4, deformati e aggrovigliati dall’esplosione del 26 aprile 1986. Ancora oggi sono rimasti sospesi sotto allo schermo biologico superiore e rappresentano una delle immagini più iconiche dell’interno del reattore distrutto.
Per capire come si siano formati, però, bisogna partire da una struttura enorme che normalmente passa inosservata: l’Upper Biological Shield, o più semplicemente UBS.
Cos’era lo schermo biologico superiore?
Ogni reattore RBMK possedeva due giganteschi schermi biologici: uno nella parte superiore e uno nella parte inferiore del nocciolo.
Quello superiore, chiamato Upper Biological Shield (UBS), aveva un diametro di circa 17 metri, uno spessore di 3 metrie un peso superiore alle 1.000 tonnellate.
Il suo compito non era soltanto quello di contribuire alla schermatura dalle radiazioni. Doveva anche garantire la tenuta dei numerosi canali che attraversavano il reattore e limitare la propagazione del calore verso gli ambienti di lavoro.
Per costruirlo gli ingegneri utilizzarono robuste piastre d’acciaio saldate tra loro. Le intercapedini vennero riempite con serpentinite, un minerale capace di assorbire efficacemente parte dei neutroni e di migliorare l’isolamento termico della struttura.
Attraverso questo enorme disco passavano tutti i canali del combustibile, le barre di controllo, gli strumenti di misura e i circuiti di raffreddamento diretti ai grandi separatori di vapore. In pratica, era uno degli elementi strutturali più importanti dell’intero reattore.
Con le sue oltre mille tonnellate di peso, l’Upper Biological Shield non era esattamente il tipo di oggetto che ci si aspetta possa volare in aria. E invece, nella notte del 26 aprile 1986, la fisica decise che le regole potevano prendersi qualche minuto di pausa.
Le fotografie che vedete in questo articolo
Se siete stati sul mio sito sapete che ho avuto la fortuna di visitare più volte la centrale di Chernobyl.
Le fotografie che accompagnano questo articolo, però, non mostrano il reattore numero 4. Quello, dopo l’incidente, è diventato completamente inaccessibile.
Ritraggono invece lo schermo biologico superiore del reattore 3, il “gemello” del reattore esploso. La struttura era praticamente identica.
Quando ci si trova davanti a quel gigantesco disco d’acciaio ci si rende conto delle sue dimensioni reali. E diventa molto più facile immaginare cosa sia successo nella notte del 26 aprile 1986, quando un blocco di oltre mille tonnellate venne sollevato come se fosse un semplice coperchio.
Guardandolo oggi è difficile immaginare che un blocco di queste dimensioni sia stato letteralmente sollevato dall’esplosione. Poi ci si ricorda che quella notte tutto ciò che era stato progettato per non muoversi si mosse.
Come si formarono i Capelli di Elena di Chernobyl?
L’esplosione scaraventò verso l’alto l’intero schermo biologico superiore.
Durante quel movimento l’UBS strappò centinaia di canali del combustibile, tubazioni e componenti tecnologici dalle loro sedi. Subito dopo ricadde sopra ciò che rimaneva del reattore, fermandosi inclinato di circa 70 gradi e lasciando completamente scoperto il nocciolo.
Molti canali rimasero appesi sotto la struttura.
Le temperature estreme e la forza dell’esplosione li piegarono, li torsero e li intrecciarono fino a trasformarli in un enorme groviglio di metallo.
È proprio quel groviglio che ancora oggi viene chiamato Capelli di Elena.
Osservando il gemello del reattore 3 è inevitabile chiedersi come abbia fatto una struttura del genere a finire inclinata sopra ai resti del reattore. La risposta è semplice: quando un reattore nucleare decide di esplodere, il concetto di “troppo pesante per muoversi” smette improvvisamente di avere significato.
Perché si chiamano così?
Dopo l’incidente gli operatori iniziarono a chiamare lo schermo biologico superiore Componente E (Component E), perché rimase bloccato in corrispondenza del Livello E del reattore.
I canali metallici rimasti sospesi sotto di esso ricordavano invece una lunga chioma spettinata.
Da qui nacque il soprannome Capelli di Elena: un nome che richiama sia il loro aspetto sia la lettera E del Livello E.
È uno di quei nomi che, con il passare degli anni, sono entrati nel lessico di chiunque si occupi della storia di Chernobyl.
Più famoso del Piede dell’Elefante?
Quando si parla dell’interno del reattore 4, quasi tutta l’attenzione si concentra sul celebre Piede dell’Elefante.
Eppure, se il Piede dell’Elefante racconta ciò che accadde al combustibile nucleare, i Capelli di Elena raccontano la violenza dell’esplosione.
Basta guardarli per capire che nessuna forza “normale” avrebbe potuto ridurre centinaia di canali perfettamente allineati in quella massa caotica di metallo contorto.
I Capelli di Elena di Chernobyl esistono ancora oggi?
Sì.
A quarant’anni dall’incidente, il Componente E si trova ancora nella posizione in cui si fermò dopo le esplosioni del 1986 e sotto di esso si trovano ancora i Capelli di Elena.
Oggi nessuno può visitarli direttamente. Tuttavia, osservare il gemello dello schermo biologico del reattore 3 (quello che vedete nelle mie fotografie in questo articolo) permette di comprendere molto meglio le dimensioni della struttura coinvolta nell’incidente e di immaginare l’enorme energia necessaria per sollevarla e deformarla in quel modo.
Il reattore numero 4 è oggi racchiuso all’interno del New Safe Confinement, la gigantesca struttura installata nel 2016 che protegge il vecchio sarcofago e permette di proseguire le operazioni di monitoraggio e smantellamento.


