Membri del Politburo del PCUS in quadri a Pripyat, Chernobyl

L’impatto di Chernobyl sul Partito Comunista dell’Unione Sovietica nel 1986

In questo articolo ripercorro la situazione interna, politica e gestionale, del Partito Comunista dell'Unione Sovietica al tempo in cui si verificarono gli eventi catastrofici dell'incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina.

L’evento che segnò una svolta storica

Una delle domande che mi viene posta più spesso, è quella riguardante le cause dello scioglimento dell’Unione Sovietica e se questo fu dovuto all’impatto che ebbe nella politica, nelle scelte economiche, e nella società di allora, l’incidente di Chernobyl. Questa domanda può nascere spontanea a seguito della frase pronunciata da Mikhail Gorbachev in una sua intervista rilasciata nel 2006:

«La fusione nucleare di Chernobyl di 20 anni fa questo mese, fu forse la vera causa del crollo dell’Unione Sovietica cinque anni dopo. In effetti, la catastrofe di Chernobyl rappresentava una svolta storica: c’era l’era prima del disastro, e l’era molto diversa che ne è seguita».

Partiamo dal dire che quando si parla della fine di un’era, non mi piace scavare solo in un clima di paura, bensì anche in quello di speranza nel futuro e negli avvenimenti che ne conseguono. I grandi cambiamenti fanno parte della nostra società, delle nostre vite, ma perché questi avvengano con successo è sempre necessario che il “vecchio edificio” venga demolito completamente per costruire le fondamenta di quello nuovo.

Il Partito Comunista dell’Unione Sovietica fu la pietra angolare dell’intero sistema statale sovietico e al 1 gennaio del 1986, i suoi ranghi erano composti di 19.004.378 persone.

Come in una moderna Pompei, nella città abbandonata di Pripyat si possono trovare ancora stendardi e pannelli di propaganda.

Un anno prima di Chernobyl: la situazione interna al PCUS tra il 1985 e il 1986

La fusione del partito con la gestione statale ed economica portò il Comitato centrale a non doversi impegnare più solo ed esclusivamente nel lavoro politico ma anche nella risoluzione di questioni organizzative ed economiche, cercando di controllare tutte le sfere della vita economica e sociale del paese, nella costruzione e nel perfezionamento degli apparati militari, nell’implementazione e sviluppo delle direzioni di politica internazionale ed interna e molto altro. Si venne a creare quindi un enorme sovraccarico nel partito che si ritrovò a gestire anche funzioni che non erano più solo di istituzione politica e i risultati di questo sovraccarico di mansioni sfociarono in una ulteriore lentezza nella burocrazia del PCUS, nel processo decisionale e nell’incapacità di comprendere adeguatamente la complicata realtà in cui versava il paese in quel momento.

A prima vista poteva sembrare che il partito fosse un’unica integra colonna portante composta da persone unite sulla base di una stessa ideologia marxista-leninista e dal programma del PCUS ma in verità quella era solo un’apparenza lontana da ciò che era la vera realtà delle cose. Verso la metà degli anni ’80, tra i membri del PCUS ce ne furono molti che si unirono al partito non tanto per sposare le convinzioni ideologiche di questo, ma bensì solo per il desiderio di affermarsi in una carriera politica. Un numero significativo erano comunisti “pro forma”, la maggior parte dei quali erano inerti e passivi, che non avevano una propria opinione, ma seguivano soltanto la corrente principale che arrivava dalle più alte istituzioni.
Di conseguenza, l’intero sistema del partito acquisì un carattere poco solido e spesso vi furono eventi di rito rivolti solo a dimostrare e ostentare l’attività del PCUS in tutte le sue aree. Una situazione relativamente prospera del paese dette anche luogo a compiacenza in se stessi tra gli alti ranghi che erano al potere e il partito si ritrovò, tra le sue fila, sempre più funzionari senza scrupoli, pronti ad eseguire gli ordini dei loro superiori per garantire a loro stessi il proprio benessere ed un posto sicuro tra le file del partito. Iniziarono ad esserci anche numeri più elevati di membri che cercavano di fare carriera nelle più alte sfere della nomenclatura del partito cercando di raggiungere altezze politiche sulla base dei legami familiari e di clan.

Assieme ai problemi economici e sociali che si erano accumulati sulla metà degli anni ’80, iniziò ad esserci anche l’urgente necessità di migliorare la composizione e il lavoro del Comitato centrale del PCUS, così come di altre strutture del partito. L’11 marzo del 1985 Mikhail Gorbachev viene eletto Segretario Generale del PCUS, la carica più alta nella gerarchia del partito comunista dell’Unione Sovietica e del Paese, il quale “nascondendosi” dietro le parole sulla necessità di “ringiovanire” il partito, rimescolò il personale iniziando dal plenum di aprile del 1985, aumentando il numero dei membri del Politburo fino a 13 persone e in meno di un anno, rimosse i veterani più anziani del progetto Brezhnev, sostituendo in breve tempo i loro sostenitori e tutte le persone che la pensavano allo stesso modo. Così, il nuovo Segretario generale si assicurò l’adozione di decisioni che a lui sarebbero risultate vantaggiose, contando su una superiorità numerica di membri con mentalità affine alle sue idee all’interno del partito e nei mesi successivi vennero intrapresi gli stessi cambiamenti anche sulla Segreteria e l’apparato di lavoro del Comitato Centrale e nel marzo del 1986, il Politburo e il Segretariato erano già composti per metà dai sostenitori di Gorbachev.

Due mesi prima di Chernobyl: il 27° congresso del PCUS e la politica della glasnost’

Il 27° congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, tenutosi a Mosca dal 25 febbraio al 6 marzo 1986, aprì quella che Mikhail Gorbachev definì la seconda fase della perestroika.
Questo fu il primo congresso presieduto da Mikhail Gorbachev in qualità di Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. In conformità con lo schema stabilito 20 anni prima da Brezhnev, il congresso si svolse cinque anni dopo il precedente. Erano cambiate tante cose in quei cinque anni e per questo motivo il congresso era molto atteso, sia in patria che all’estero: tutti aspettavano di conoscere le nuove direzioni di Gorbachev.

L’uskorenie (programma per accelerare lo sviluppo sociale ed economico dell’Unione Sovietica) fu sostituita dalla reforma incarnata dalla perestroika-glasnost che incarnava la necessità di un approccio diverso da quello di un semplice risveglio di un sistema che già esisteva. 
La perestroika doveva servire a dare nuova vita al socialismo ma alcuni suoi stessi sostenitori erano ben consapevoli che si trattava dell’ultima chance che avevano a disposizione: per molti erano già stati buttati sessanta anni, da quando venne abbandonata la NEP,  il partito aveva perso l’ultima occasione che aveva a sua disposizione, la gente aveva sofferto invano e la perestroika non doveva più essere ristrutturazione, ma bensì una totale riforma radicale anche sul campo economico e la glasnost’ sulla stampa doveva permettere il libero sviluppo della democrazia e la circolazione di informazioni trasparenti e corrette.
Glasnost’ significa letteralmente “pubblicità” nel senso di “dominio pubblico”, parola tradotta più spesso con il termine “trasparenza”. Questa parola venne utilizzata da Mikhail Gorbachev, proprio a partire dal 1986, per identificare una nuova attitudine a non nascondere più le difficoltà, a discuterne liberamente e “in modo trasparente”, ma nonostante i buoni proposti esposti durante il 27° congresso, la politica della glasnost’ subì quasi subito una battuta d’arresto quando nell’aprile del 1986  a Chernobyl si verificò l’incidente alla centrale nucleare e la notizia venne tenuta nascosta per diversi giorni: in tempi molto veloci, l’incidente di Chernobyl avrebbe messo alla luce pubblica quello che non stava funzionando all’interno di un sistema che sembrava infallibile.

Nella prima foto: tutto il mondo era interessato agli avvenimenti interni al 27° congresso, tutti gli occhi erano puntati sulle nuove decisioni e sulle prossime scelte che avrebbe intrapreso Michail Gorbachev. Nella seconda foto: il badge di partecipazione al 27° congresso del PCUS.

L’incidente di Chernobyl e il collasso di un gigante

Nelle settimane successive al 27° congresso, Gorbachev durante un viaggio lungo il fiume Volga, si trovò a guardare in faccia gli enormi problemi che esistevano nel suo paese ma che nessuno all’interno del partito aveva mai avuto intenzione di guardare in maniera approfondita: gli sembrò un viaggio indietro nel tempo, dove la provincia restava riluttante alle novità ed era totalmente afflitta dalla mancanza di beni e dalla povertà. Verso fine aprile questa situazione fu discussa al Politburo dove Gorbachev si domandò il perché la perestroika si fosse già impantanata: c’era come l’impressione che tutti i buoni propositi fossero andati a sbattere contro il muro invalicabile del partito e dello stato che si ergeva sulla via delle riforme.

Ma il vero stato in cui versava il paese e i danni provocati dalla sua “chiusura”, vennero totalmente messi allo scoperto dall’incidente di Chernobyl. 

Il 26 aprile del 1986, esattamente due giorni dopo una delle riunioni del Politburo, alla centrale nucleare Vladimir Lenin di Chernobyl si verificò il più grave disastro della storia avvenuto ad una centrale nucleare. I fatti sono ben conosciuti e sviscerati in ogni loro piega e non è quindi mia intenzione soffermarmi nuovamente su di essi adesso.
La sera dello stesso giorno, in quasi tutto il mondo già si vociferava dell’incidente e della fuga radioattiva che aveva provocato ma l’Ufficio politico si riunì soltanto il giorno 28 aprile per discuterne in seduta straordinaria, quando ormai il popolo aveva già appreso la notizia dalle radio occidentali: basta pensare che in Estonia vennero a conoscenza di quanto accaduto dalle vicine radio finlandesi che potevano essere facilmente ascoltate sul confine. Le prime notizie ufficiali minimizzarono l’accaduto nascondendo volontariamente una situazione ormai fuori controllo come venne redatto sui documenti riservati. Jakovlev ricorderà in seguito il senso di smarrimento generale e la sensazione che nessuno sapeva veramente cosa fare. Mantenere il silenzio sulla gravità della situazione per non creare panico e per non screditare la gestione e l’operato del partito: tutto questo faceva già a pugni con la politica della glasnost’ appena promossa.

Roald Sagdeev, che al tempo era consigliere scientifico di Mikhail Gorbachev, si recò immediatamente a Kiev e trovò una situazione relativamente tranquilla ma le cose iniziarono a cambiare in fretta: la sera del 30 aprile, quando la città era in uno stato di panico e lo ioduro era terminato nelle farmacie, i vertici locali chiesero a Mosca il permesso di annullare le celebrazioni dell’indomani, 1° maggio, ricevendo in risposta solo minacce e mettendo in chiaro il caos generale che si sarebbe creato nell’ordine pubblico ad una notizia del genere. Le celebrazioni del 1° maggio quindi vennero svolte ma, a causa di quel rifiuto sulla richiesta di annullamento, la sfiducia nel centro riformatore era ormai alle stelle.

Nei giorni successivi, la zona attorno alla centrale nucleare di Chernobyl, venne sgombrata ed evacuata completamente, alcune volte ricorrendo anche alla forza. All’inizio venne concentrato il lavoro in una zona dal raggio di 10 chilometri dalla centrale nucleare, successivamente venne portata a 30 chilometri: nacque così la “Zona di esclusione”, comprendente il primo e il secondo anello. In pochi giorni vennero evacuate 120 mila persone, alle quali ne vennero aggiunte successivamente altre 200 mila portando il numero dei trasferiti a più di 330 mila.

Nonostante i buoni proposti esposti durante il 27° congresso, la glasnost’ subì subito una battuta d’arresto quando nell’aprile del 1986  a Chernobyl si verificò l’incidente alla centrale nucleare e la notizia venne tenuta nascosta per diversi giorni a causa della gravità della situazione.

Cambiò tutto e cambiò anche l’animo del popolo

A seguito dell’incidente di Chernobyl, i costi politici ed economici furono altissimi e disastrosi. Sia in Ucraina che in Bielorussia, la repubblica più colpita, il disastro di Chernobyl rafforzò gli ideali ecologisti e sfociò in proteste e movimenti nazionali che si protrassero anche negli anni successivi. Gli eventi disastrosi di Chernobyl screditarono anche il Segretario generale Gorbachev, il quale parlò alla popolazione per la prima volta in televisione solo a metà maggio paralizzando successivamente per più di due mesi l’attività del governo e buona parte delle risorse finanziarie che erano state messe da parte vennero impiegate per far fronte ai lavori di liquidazione, bonifica e gestione dell’incidente.
Gli eventi di Chernobyl furono un duro colpo che spazzò via molti progetti, mettendo a nudo davanti al popolo lo stato disastroso del sistema in cui credevano e che reputavano infallibile: davanti agli occhi di tutti, la maschera di un governo che teneva in piedi mura di menzogne e bugie, stava iniziando a crollare e dalla catastrofe di Chernobyl, buona parte della popolazione trasse la conferma che il socialismo era fallito ormai anche sul piano tecnico-scientifico ed era diventato un qualcosa di cui liberarsi il prima possibile.

Sergej Achromeev, politico e maresciallo, insignito anche dell’ordine di “Eroe dell’Unione Sovietica”, affermò che Chernobyl “cambiò l’animo del popolo” contribuendo ed accelerando le tempistiche sul verdetto finale ormai sicuro e già deciso ed a cui avrebbe contribuito anche la glasnost’, la quale  ricevette dal modo in cui vennero gestiti gli eventi di Chernobyl, un grandissimo impulso a rimettersi in moto con ancora più forza e determinazione: questo termine non era nuovo, Lenin parlò della glasnost’ già nel lontano 1918 come di una tecnica per stimolare la partecipazione delle masse e del bisogno di trasparenza e verità sopra ogni cosa.

Le grandissime difficoltà ad ammettere la gravità della situazione dell’incidente spinsero i riformisti a dare finalmente alla glasnost’ il forte e deciso significato di “determinazione nel guardare in faccia la verità” che divenne la forza trainante del totale cambiamento che era ormai già in atto e che, di li a poco, avrebbe distrutto le fondamenta del “vecchio edificio”.
Alla luce dei fatti che ho qui esposto, e a seguito delle parole pronunciate dallo stesso Gorbachev nella sua intervista del 2006, posso sostenere che gli eventi di Chernobyl contribuirono in modo decisivo alla futura caduta del gigante sovietico, spazzando via la tela di menzogne tenuta su ad arte e portando il popolo ad aprirsi verso una nuova mentalità. 

E che il seme della rinascita sia arrivato come conseguenza di un evento catastrofico come quello di Chernobyl è una cosa che fa pensare, ma neanche troppo: è sul fondo di tutte le cose che si trovano i rottami della rinascita.

Nella prima foto: nel Palazzo della Cultura di Pripyat, ricordi e voci dal passato, i ritratti di alcuni membri del Politburo del Comitato Centrale eletto il 3 marzo 1981, a sinistra Grigory Romanov e a destra Dinmuchamed Kunaev. Nella seconda foto: stendardi di propaganda sovietica in una delle scuole di Pripyat.

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