I tre eroi di Chernobyl: la realtà dietro il mito

La storia dei “tre eroi di Chernobyl” è stata raccontata infinite volte, spesso trasformandosi in una leggenda. Ma come andarono davvero le cose? Ho avuto l’opportunità di incontrare uno dei protagonisti di quella vicenda e di farmi raccontare in prima persona che cosa accadde realmente nelle ore successive al disastro del 26 aprile 1986, tra realtà, miti e dettagli spesso riportati in modo impreciso.
Ananenko, Bezpalov e Baranov

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La storia dimenticata dei Tre eroi di Chernobyl

La vicenda dei “tre eroi di Chernobyl”, spesso ricordati anche come i “sommozzatori di Chernobyl”, è una delle storie più celebri e allo stesso tempo più fraintese legate al disastro nucleare del 1986. Per decenni si è raccontato che i tre uomini incaricati di aprire le valvole sotto il reattore numero 4 morirono poco dopo la missione a causa delle radiazioni. La realtà, però, è molto diversa da quella tramandata dalla leggenda.

Dopo il disastro di Chernobyl, nessuno comprese immediatamente la reale entità dell’incidente. Per quasi due giorni le autorità sovietiche cercarono di minimizzare l’accaduto e molti dei liquidatori impegnati nelle operazioni di emergenza non furono informati dei rischi effettivi a cui stavano andando incontro. Anche quando il pericolo divenne evidente, continuarono comunque a svolgere il loro compito.

Il rischio di una seconda esplosione

La cronologia degli eventi successivi all’incidente è oggi ben documentata. Nei giorni seguenti all’esplosione del reattore numero 4, gli elicotteri militari sovietici sorvolarono continuamente la centrale scaricando sabbia, boro e altri materiali nel tentativo di contenere l’incendio e limitare il rilascio di materiale radioattivo.

Nel frattempo emerse una nuova preoccupazione. Il combustibile nucleare fuso stava progressivamente penetrando nelle strutture sottostanti e, secondo le valutazioni degli esperti dell’epoca, il contatto con le grandi quantità d’acqua accumulate nei livelli inferiori avrebbe potuto provocare una seconda esplosione di vapore dalle conseguenze potenzialmente devastanti.

Per scongiurare questo scenario era necessario drenare rapidamente l’acqua presente sotto il reattore.

La missione sotto il reattore numero 4

Per svolgere l’operazione furono scelti tre uomini: Alexei Ananenko, Valery Bezpalov e Boris Baranov.

Non vennero selezionati casualmente. Conoscevano perfettamente l’impianto, sapevano dove si trovavano le valvole da aprire e possedevano l’esperienza necessaria per muoversi nei locali tecnici della centrale.

Il 6 maggio 1986 scesero nei livelli inferiori dell’edificio e raggiunsero le valvole che permettevano il deflusso dell’acqua accumulata sotto il reattore danneggiato. L’operazione ebbe successo e consentì di eliminare una delle principali preoccupazioni di quei giorni.

La leggenda della loro morte

Per molti anni si diffuse una storia drammatica: quella secondo cui i tre uomini sarebbero morti poco tempo dopo la missione a causa di una dose letale di radiazioni.

La vicenda venne ripresa da libri, documentari, articoli e racconti popolari, contribuendo a trasformare i tre tecnici in una sorta di martiri del disastro di Chernobyl.

La verità, tuttavia, era diversa.

Quando ho incontrato Alexei Ananenko

Nel novembre 2019 ho avuto l’opportunità di incontrare personalmente Alexei Ananenko, uno dei protagonisti di quella missione.

Durante la nostra conversazione mi spiegò che l’operazione, dal punto di vista tecnico, non aveva nulla di straordinario per chi lavorava abitualmente nella centrale. Si era offerto volontario proprio perché conosceva bene l’impianto e sapeva esattamente come intervenire.

Ananenko mi raccontò inoltre che l’acqua non arrivava fino al soffitto, come spesso viene rappresentato, ma soltanto fino a poco sotto le ginocchia. L’intervento fu relativamente rapido e non incontrò particolari difficoltà operative.

Quali furono i rischi reali?

Questo non significa che la missione fosse priva di pericoli.

Il problema principale era l’incertezza. Nessuno sapeva con precisione quale fosse il livello di contaminazione lungo il percorso né quale dose di radiazioni avrebbero potuto ricevere gli operatori.

Insieme ad Ananenko parteciparono Boris Baranov, capoturno della centrale, e Valery Bezpalov. Al termine dell’intervento i tre uomini controllarono i propri dosimetri.

Secondo quanto raccontato dallo stesso Ananenko, i valori registrati non erano così elevati come molte ricostruzioni successive hanno lasciato intendere. Se avessero ricevuto dosi enormi, spiegò, sarebbe stato impossibile dimenticarlo.

I tre eroi di Chernobyl sopravvissero davvero?

Sì.

Nonostante per decenni siano stati dati per morti in innumerevoli pubblicazioni, tutti e tre gli uomini sopravvissero alla missione.

Boris Baranov morì nel 2005 a causa di un attacco cardiaco. Alexei Ananenko e Valery Bezpalov sono ancora vivi, smentendo una delle leggende più diffuse legate a Chernobyl.

Questo non rende la loro impresa meno significativa. Al contrario, dimostra come il coraggio possa esistere anche senza il sacrificio finale che spesso l’immaginario collettivo tende ad associare all’eroismo.

I liquidatori di Chernobyl: centinaia di migliaia di eroi dimenticati

La storia dei tre eroi di Chernobyl è soltanto una delle tante che compongono il grande mosaico dei liquidatori.

Tra il 1986 e il 1987 circa 226.000 persone furono coinvolte nelle operazioni più difficili e pericolose all’interno della Zona di Esclusione. Considerando l’intero periodo delle attività di bonifica, tra il 1986 e il 1989, il numero totale dei liquidatori superò le 650.000 persone.

Soldati, vigili del fuoco, tecnici, minatori, piloti ed operai lavorarono in condizioni estremamente difficili per contenere le conseguenze del peggior incidente nucleare della storia.

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