Sunshine 60 di Tokyo e il curioso legame con un Exogino

Il Sunshine 60 domina ancora oggi lo skyline di Tokyo ed è uno dei simboli della modernizzazione del Giappone. Ma dietro la sua facciata si nasconde anche un curioso legame con gli Exogini, che unisce architettura, manga e cultura pop giapponese.
Sunshine 60 di Tokyo e l’Exogino Marte
Immagine: Ho portato il mio Exogino “Marte” al Sunshine 60 di Tokyo.

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Sunshine 60: il grattacielo che ha un curioso legame con un Exogino

Quando si pensa ai grandi grattacieli del Giappone, la mente corre subito alle torri di Shinjuku e alle strutture futuristiche che disegnano lo skyline della capitale giapponese. Eppure, per oltre un decennio, un solo edificio incarnò più di ogni altro la modernizzazione del Paese: il Sunshine 60.

Per me, però, il Sunshine 60 non rappresenta soltanto una meravigliosa megastruttura. È anche il collegamento più improbabile con uno dei pochi giocattoli della mia infanzia che sono riuscita a conservare per quarant’anni.

Cos’è il Sunshine 60 di Tokyo

Il Sunshine 60 sorge nel quartiere di Ikebukuro e costituisce il cuore di Sunshine City, uno dei più grandi complessi commerciali e direzionali di Tokyo.

I costruttori completarono l’edificio nel 1978. Con i suoi 239,7 metri di altezza e 60 piani, il grattacielo conquistò subito il primato di edificio più alto dell’Asia, mantenendolo fino al 1985.
Per altri sei anni dominò anche lo skyline giapponese. Solo nel 1991 il Tokyo Metropolitan Government Building conquistò il record nazionale.

Negli anni Settanta e Ottanta il Sunshine 60 divenne il simbolo della crescita economica del Giappone e della sua corsa verso il futuro. Ancora oggi continua a distinguersi tra i punti di riferimento più riconoscibili della città.

Dalla prigione di Sugamo a Sunshine City

La storia del Sunshine 60 diventa ancora più interessante quando si scopre cosa occupava quest’area prima della sua costruzione.

Il grattacielo sorge infatti sul terreno che un tempo ospitava la Sugamo Prison, una delle carceri più note del Giappone del XX secolo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, le autorità alleate usarono la struttura come luogo di detenzione per diversi imputati accusati di crimini di guerra. Negli anni Settanta, urbanisti e costruttori ridisegnarono completamente l’area per realizzare uno dei più ambiziosi progetti di riqualificazione urbana del Paese.

Al posto di mura e celle nacque Sunshine City, un enorme complesso multifunzionale che contribuì a trasformare Ikebukuro in uno dei principali poli commerciali della capitale.

Sunshine 60 e il curioso legame con Kinnikuman

La ragione per cui il Sunshine 60 è finito in questo mio articolo, però, non riguarda soltanto l’architettura.

Negli anni Ottanta il celebre manga e anime Kinnikuman, una serie in cui praticamente qualsiasi cosa, purché dotata di braccia e gambe, poteva diventare un lottatore di wrestling, introdusse un personaggio chiamato Sunshine. Alcune fonti dedicate alla serie indicano che il personaggio prende il nome proprio dal Sunshine 60, che in quel periodo rappresentava uno degli edifici più celebri e riconoscibili del Giappone.

Dal successo di Kinnikuman nacquero poi i Kinkeshi, le piccole figure in gomma che conquistarono milioni di bambini giapponesi.

Dai Kinkeshi agli Exogini

Quando i Kinkeshi arrivarono in Italia, qualcuno pensò che il wrestling fosse troppo complicato. Molto più semplice dire che erano “misteriosi alieni”. E così, con una disinvoltura tutta anni Ottanta, Sunshine diventò Marte.

In quegli anni gli Exogini erano ovunque. Si compravano nelle bustine a personaggio singolo, nelle iconiche piramidi di cartone da 20 o da 40 personaggi e nei barattoli da 10. La caccia al personaggio desiderato era parte del divertimento: si comprava a scatola chiusa, si scambiavano i doppioni durante la ricreazione e si passavano minuti interi a palpare le bustine, convinti di riuscire a riconoscere la forma del pupazzetto nascosto.

Il mio preferito era proprio Marte. Forse perché era il più grezzo del gruppo: brutto, massiccio, cubico e con il fascino estetico di un blocco di cemento. Ricordo ancora la soddisfazione e la gioia quando trovai il primo, rigorosamente “rosa carne”, dopo aver passato almeno mezz’ora a tastare una bustina dopo l’altra dal giocattolaio nel disperato tentativo di capire se dentro ci fosse proprio lui. Evidentemente avevo già sviluppato un certo interesse per i parallelepipedi.

Per una generazione di bambini italiani quel pupazzetto non aveva alcun legame con Tokyo, con i manga o con i grattacieli. Era semplicemente uno degli Exogini da collezionare, scambiare e infilare nelle tasche del grembiule. Tra tutti i giocattoli della mia infanzia è uno dei pochissimi che non ho perso, mangiato, regalato o dimenticato in qualche scatolone. Col senno di poi, forse aveva già prenotato un viaggio per tornare a casa.

Marte al Sunshine 60

Quando ho scoperto il collegamento tra Marte e il Sunshine 60, mi sono ripromessa una cosa: la volta successiva che sarei tornata a Tokyo lo avrei portato a vedere casa sua.

Così, tra una tappa e l’altra del viaggio, gli ho perfino prenotato una camera al Sunshine Prince Hotel, proprio accanto al grattacielo. Io ho dormito nella stanza, ma era evidente che il vero ospite fosse Marte. Il giorno dopo l’ho infilato in una tasca dello zaino e l’ho accompagnato fino in cima al Sunshine 60 Observatory Tenbou Park. Ormai avevo accettato il fatto che una parte del mio itinerario ruotasse attorno a un Exogino
Per un Exogino che aveva trascorso quasi quarant’anni in un cassetto non dev’essere stato semplice. Nel giro di pochi giorni si è ritrovato a superare controlli aeroportuali, attraversare mezzo pianeta, sopravvivere ai treni affollati di Tokyo e finire a quasi 240 metri d’altezza.

Non male per uno che negli anni Ottanta costava 500 lire.

Una somiglianza difficile da ignorare

Quando mi sono trovata davanti al Sunshine 60 con Marte in mano, ho iniziato a guardarli uno accanto all’altro.

Non ho trovato fonti che dicano che il design del personaggio sia stato modellato sul grattacielo, quindi non ho alcuna intenzione di inventarmi teorie. Però, onestamente, la somiglianza è difficile da ignorare.

La forma è la stessa: massiccia, squadrata, un parallelepipedo con le gambe. Poi ci sono i piedi, praticamente identici alle basi delle grandi colonne del porticato che circonda il piano terra del Sunshine 60. E infine quelle piastrelle. Il corpo dell’Exogino è ricoperto da una griglia di piccoli quadrati che continua a ricordarmi il rivestimento del grattacielo. A quel punto mi sono resa conto di essere una donna adulta che stava confrontando un pupazzetto di gomma con un edificio di sessanta piani. E, invece di preoccuparmi, ho continuato.

Forse è solo una coincidenza. Oppure qualcuno ha guardato il Sunshine 60 e ha pensato che fosse già perfetto così, gli mancavano soltanto due gambe e una discreta voglia di prendere a pugni la gente.

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